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| Edouard Manet - Bevitore di assenzio |
Mi incamminai giù per la strada. Era notte, verso metà
dicembre.
La temperatura era scesa sotto lo zero, ma non interessava al
mio povero corpo.
Prima di uscir di casa mi diedi una veloce occhiata allo
specchio del bagno. Simile ad un film di serie B, appariva la
mia faccia con giochi di luce squallidi, dettati dal
malfunzionamento del lampadario. Barba incolta, un tocco di
occhiaie e quell’immancabile ansia di evadere.
Ero pronto per uscire.
Di notte non s’incontrano tante persone, perlopiù con quella
temperatura. I pochi “cristiani” in cui ti puoi imbattere sono dei
poveri barboni o tossici, che chiedono elemosina per il giorno
avvenire o stanno rannicchiati nel loro freddo angolo.
Un alone di fumo volteggia intorno alla mia figura. Fumo di
sigaro.
Non ho meta, non ha un perché preciso questa mia camminata
notturna.
Mi piace semplicemente esser avvolto nel mio cappotto, con la
sciarpa di lana al vento, occhi fissi sul marciapiede e mente
vagante, sognante, quasi veggente.
Forse cerco ispirazione. Anch’io, inconsciamente, chiedo
elemosina all’atmosfera.
I passi aumentano, mi incammino verso il centro, desolato.
Bellissime strade, pensai. Son sempre stato convinto che le città
siano tutte belle, di giorno o di notte, pulite o sporche, non
importa. Solo una cosa rovina le città: le persone.
Questo l’ho constatato proprio nelle mie camminate notturne,
dove il potersi sdraiare sulle strisce pedonali diventa quasi un
orgasmo. Il proibizionismo dell’urbano!
Inizialmente la mente si affolla di pensieri quotidiani. E’ così
seccante…
Sempre le solite parole, le solite conversazioni…
La solitudine può salvare la psiche! Oh, si caro me! E tu lo sai
così bene!
Giunto in centro mi reco nei vicoli più frequentati dalla normale
gentaglia. Che bellezza!
Ciccando un po’ in giro mi ergo sovrano tra le vie. Che
soddisfazione!
La voglia di un dolce assenzio si fa strada tra le mie papille
gustative, e mi aiuterebbe a combattere anche il freddo, pensai.
Mi intrufolo in un pub.
“Assenzio, grazie!” ovviamente servito male, senza acqua
ghiacciata, né zolletta di zucchero.
Ah! Peccaminoso Ottocento, perché mi hai rubato i vizi?
Lo butto giù in un sorso, pago i dannati danari e mi riapproprio
della metropoli.
Mi sei mancata dannata strada!
Sento meno il freddo ora, ti affronterò a testa alta, temperatura
insidiosa!
Sognando compagnie di gente defunta, mi perdo in discorsi
intellettuali.
Mi siedo in una panchina congelata, tiro fuori il mio taccuino ed
annoto.
Pensieri, poesie, frasi…Tutte le parole meritano memoria.
Soprattutto le mie!
Egocentrismo accanito, quasi insopportabile, ma essenziale per
la mia personalità. Anche per questo vengo amato dalla gente.
Purtroppo…
“
Strade mangiate da innumerevoli malattie
La vista che ogni mattina mi appare
Desolato e triste è il ricordo del sogno
Che ancora aleggia intorno alla mia coscienza
Corre di corsa giù per la città,
abbandonandomi,
lasciandomi solo,
prende possesso di nuove bestie.
Quella volta che lo sognai
La realtà si era putrefatta
dimenticai il nome e le origini
Ruppi incontaminate valli col mio potere
Caddi nell’estasi del dittatore
Uccidendo ogni speranza a me inutile
E, lì il sogno finì, ricordandomi
La morte imminente
Non pianificabile
Assurda e triste che ci attende
L’ultimo passo per rompere la barriera
L’ultimo sforzo per il mio orizzonte.
“
Riporta così il mio taccuino.
***

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